Il riflesso bianco dei bambini adottati

Ho i miei figli per mano uno per lato, Meggy cammina saltellando e cantando Jun chiacchiera senza sosta passando da un argomento all’altro, dietro di noi il papà che ci rimprovera ridendo perchè non lo aspettiamo…una normalissima domenica mattina in famiglia.

Siamo alla fermata della navetta del parcheggio di scambio, c’è un’altra famigliola felice identica a noi mamma papà un bimbo una bimba, la grande parla a quella velocità che solo i bambini sanno raggiungere senza che gli si annodi la lingua, il piccolo si dimena e si divincola cercando di allentare la presa della mano materna come sta facendo la mia piccola che mi strattona nel tentativo di raggiungere le foglie secche portate dal vento, ci scambiamo quello sguardo di comprensione tra madri che non ha bisogno di parole.

Arriva la navetta, saliamo, le vocette querule dei bambini saturano lo spazio, io continuo a dirgli di abbassare la voce ma gli altri passeggeri non sembrano infastiditi, tutti guardano i miei figli tutti gli fanno sorrisi gli chiedono come si chiamano e quanti anni anno e poi si pronunciano nel solito “Complimenti…che bella cosa!” Succede sempre e ovunque, ormai non ci bado quasi più e si sono abituati anche loro, rispondo con il canonico “Grazie” e sorrisone.

Eppure ho una strana sensazione, qualcosa non mi quadra, mi guardo intorno per capire cosa sia e li vedo….l’altra famiglia, quella identica noi, mamma papà bimbo e bimba, i piccoli potrebbero essere i miei: stessi occhi a mandorla stessa pelle dorata stessi capelli lisci e neri come la notte, ma la mamma e il papà no, loro non sono come noi, somigliano ai loro figli e i figli a loro e sono fermi e silenziosi come se cercassero di rendersi invisibili.

Nessuno dice all’altra mamma quanto sono belli i suoi figli, nessuno chiede il loro nome o la loro età, nessuno li vede.

Sento l’imbarazzo che sale a colorarmi  le guance, guardo l’altra madre lei  fa un cenno impercettibile con la testa, come a dire lascia stare non è  importante, forse l’ho solo immaginato.

Non riesco a smettere di pensarci, mi sono resa conto di quanto il mio “privilegio bianco” riflesso faccia da scudo ai miei figli ora, finché  sono con noi tutti vedono gli “orfanelli cinesini  tanto carini” ma cosa succederà fra qualche anno, quando saranno fuori nel mondo da soli quando saranno definiti ed etichettati per il loro aspetto e per la loro diversità prima che per chi sono, anche loro diventeranno invisibili?

Ricordo ancora un incontro con la psicologa dei servizi sociali non molto tempo fa, Jun raccontò che avevamo festeggiato il capodanno cinese a scuola, lei era inorridita.

“Signooora deve smetterla di dire ai suoi figli che sono cinesi, così non si integrano”

“Dottoressa ma c’è il caso che se ne accorgano la mattina quando si guardano allo specchio”

“Ma no signora,  parlano italiano?mangiano italiano?E allora sono italiani” .

Io, incredula, pensai che stesse scherzando e feci una battuta sul dover smettere di preparare tacos per cena caso mai si mettessero in testa di essere messicani e lei non la prese molto bene, ma quella con i servizi sociali è un’altra storia.

Abbiamo sempre cercato di accogliere e fare nostra la cultura di provenienza dei nostri figli, ma mi rendo conto che infondo la conosciamo così poco e che non basta leggere fiabe cinesi ad un bambino per farlo essere orgoglioso del mondo da cui proviene.

Quello dell’etnia è un aspetto dell’adozione di cui non si parla abbastanza quasi fosse un tabù, come se chiedere, informarsi o esprimere dubbi sulle difficoltà pratiche oltre che emotive che una famiglia multietnica si troverà ad affrontare sia visto come esprimere una forma latente di razzismo.

I miei figli vengono notati, vengono guardati, vengono additati, la gente si sente in diritto di fare domande che se fossero nostri figli naturali avrebbero pudore di fare e spesso parla davanti a loro come se non capissero la nostra  loro lingua, ci chiedono se sono “fratelli veri”, cosa sappiamo della “mamma vera”, se loro sanno di essere adottati ed  io penso a quanto ancora da noi sia carente la cultura dell’accoglienza e dell’apertura al mondo alle altre culture alla gente e soprattutto quanto poco si sappia dell’adozione.

Così io scelgo di parlare, di raccontare, sempre e a chiunque è interessato ad ascoltare, la nostra storia e le procedure, le esperienze e le difficoltà, anche se a volte è evidente che è solo curiosità da gossip, perchè penso che ogni parola sia come un seme di conoscenza che viene piantato e può germogliare e credo fermamente che sia compito nostro come genitori piantare il giardino più bello per i nostri figli.

“Chi semina un giardino ha fiducia nel domani”

 

2 Comments

  1. Marica

    20/01/2018 at 8:43 am

    anche io ci penso spesso

    non posso crederci che l’assistente sociale vi abbia detto cosi, sigh…

    quest’anno anche noi festeggeremo il capodanno cinese 🙂

    1. life

      23/01/2018 at 10:30 pm

      Accogliere e fare propria un’altra cultura offre un sacco di opportunità….vuoi mettere avere il doppio delle feste da celebrare?😁😁

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